martedì 27 marzo 2012

Thelonious, è sempre il tempo di Monk

Sul sito Milano Cultura è stato pubblicato un bell'articolo di Andrea Dusio per celebrare il quarantennale della scomparsa di Thelonious Monk.


Ricorre quest’anno il quarantennale della scomparsa di Thelonious Monk, certamente tra i compositori più influenti del Novecento, non solo in ambito jazz. 
Ci saremmo aspettati forse qualche iniziativa commemorativa da parte delle etichette discografiche che hanno ospitato i suoi album capolavoro. 
Negli ultimi anni infatti Monk è stato oggetto di un’attenta rivalutazione da parte della critica, che lo ha trattato a lungo come un compositore leggero e superato, mentre in realtà la nuova scena basata sull’improvvisazione lo eleggeva idealmente a proprio modello. 
La rilettura delle pagine più conosciute di Monk è cominciata, se la rapportiamo al tempo tutto sommato breve in cui si dispiega la storia delle note blu, in maniera eccezionalmente precoce. 
Don Cherry, Roswell Rudd, Steve Lacy già a partire dall’inizio degli Anni Sessanta misero Monk al centro della propria attenzione esecutiva. Monk si era fatto le ossa come pianista stride. La tecnica che era stata sviluppata ad Harlem negli Anni Venti lo aveva influenzato profondamente, ed echi persistenti della musica di inizio secolo ricorrono in tutti i suoi standard. 
È difficile nel caso di Monk giudicare separatamente il pianista dal compositore. La sua maniera di suonare, basata soprattutto su ritardi, silenzi, accenti spostati, sembra tesa a rimuovere le sicurezze dell’ascoltatore. Di contro, la struttura melodica può sembrare a prima vista banale: ma è appunto all’effetto complessivo che mira Monk, che prima ti mette nella posizione di chi sta fruendo di un easy listening e poi comincia a praticarti fori sotto la poltrona. 
Un altro elemento cardinale della musica di Monk è la capacità di “pensare per ensemble”, anche quando la sua musica sembra rintanarsi nel mutismo del proprio creatore. Hai come la sensazione che non stia accadendo nulla, come se la composizione sia entrata in una fase di decompressione disarticolata, senza quell’evidente coesione strutturale che caratterizza invece l’opera di altri maestri del jazz, da Duke Ellington a Charles Mingus. 
In determinati passaggi sembra quasi che il piano e gli altri strumenti stiano suonando in situazioni ed epoche differenti. È probabilmente questo l’effetto a cui Monk mirava quando titolava uno dei suoi lavori (da un live del 1958) più suggestivi “Misterioso”. 
Il caposaldo dell’opera monkiana restano le registrazioni seminali della Blue Note, risalenti al periodo 1948-1952. Molti dei musicisti migliori di quegli anni, da Milt Jackson a Kenny Dorham, passando per Sahib Shihab e naturalmente il grande batterista Art Blakey (leader dei Jazz Messengers dopo l’abbandono del co-fondatore Horace Silver). 
Per certi versi tutta l’opera di Monk non è altro che il ripensamento di quelle session irripetibili, durante le quali le sue maggiori intuizioni compositive assunsero una forma che sarebbe stata trasfigurata più volte nel corso dello sviluppo della sua carriera. I due lavori più significativi degli Anni Cinquanta “Monk plays Ellington” del 1955 e “Brilliant Corners” del 1956 (entrambi su etichetta Riverside) sono rispettivamente per trio e quintetto. 
Ma certamente l’asse cardinale della musica di Monk è il rapporto tra il piano e il sax tenore. La collaborazione con Coleman Hawkins, Frank Foster, Johnny Griffin e soprattutto naturalmente John Coltrane e Sonny Rollins consentì a Thelonious di spostare il baricentro della propria musica e renderne lo sviluppo ancor meno prevedibile. 
Quando, negli Anni Sessanta, passò alla Columbia, optò quasi stabilmente per la formazione del quartetto, e scelse come tenorsassofonista un musicista non così celebre come i precedenti, Charlie Rouse, con cui avrebbe lavorato continuativamente sino al 1968. Per Monk era molto importante che gli altri musicisti lo ascoltassero. Rouse certamente non era afflitto, come accadeva invece ad altre star, da forme di narcisismo, e sapeva mettersi al servizio degli intenti del leader. 
La sintonia con Rouse e il profondo feeling con il produttore Teo Macero furono fondamentali per i tre lavori in cui Monk in qualche modo diede luogo a una rilettura “raffrenata” e meno esuberante dei suoi modi compositivi: “Monk’s Dream” (1963), “It’s Monk Time” (1964) e “Straight no chaser” (1967)”. 
Oggi la musica di Monk è forse meno studiata della sua biografia. In Italia Minimum Fax ha editato la biografia del 1999 di Laurent De Wilde (per Minimum Fax, con la traduzione di Michele Mannucci e l’introduzione del pianista italiano che più ha guardato a Thelonius, Enrico Pieranunzi), e soprattutto, proprio in questi mesi, “Storia di un genio americano”, di Robin D.G. Kelley, con traduzione di Marco Bertoli (ben ottocento pagine). 
I due testi pongono l’enfasi sulla follia di Monk, spostando probabilmente l’attenzione sugli ultimi anni della vita del compositore della Nord Carolina, quelli trascorsi senza uscire di casa né toccare il pianoforte, ridotto alla povertà, sino a doversi affidare alle cure della baronessa Nica de Koenigswarter, nella cui casa morirà d’infarto a sessantacinque anni. 
Forse però quest’insistenza sul carattere di irregolare e maledetto non giova alla fortuna di un talento che ci ha mostrato cosa poteva essere il jazz e continua a insegnarcelo, con uno stile che prima di tutto ha ancora oggi la capacità di rimuovere la retorica di questo genere e di ricondurlo alle proprie basi: musicisti che suonano insieme e da soli nello stesso tempo. 
Nessuno come lui ci ha spiegato come fare.

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