lunedì 26 marzo 2012

Ma la Blue Note è davvero la migliore etichetta di jazz?

Ancora un bel post pubblicato sul blog A proposito di Jazz, scritto da Marco Giorgi, che questa volta questiona sull'importanza storica dell'etichetta Blue Note, giungendo a conclusioni interessanti, anche se non tutte pienamente condivisibili.


Prendetela come una provocazione, ma siamo proprio sicuri che la Blue Note sia la migliore etichetta di jazz? Ci siamo spesso fatti questa domanda. Abbiamo lavorato per anni in casa discografica e abbiamo potuto vedere in azione e studiare i meccanismi di marketing che, se ben calibrati, portano a innalzare la reputazione e la considerazione di questo o quell’artista, di questa o quell’etichetta. Se guardiamo al campo della musica classica a tutti viene in mente l’esempio della Deutsche Grammophon. Pochi sanno che la gloria di questa label si deve a un’azzeccata campagna di marketing che ne incensava la qualità tecniche di registrazione, nonché alla presenza di un colosso del calibro di Herbert von Karajan, il primo direttore d’orchestra divo. Sulla qualità di registrazione della DG lasciamo la parola agli audiofili (personalmente preferiamo di gran lunga il suono della Decca, che fu la precedente regina… detronizzata).
Tornando al jazz, chiunque può ricordare che fino all’inizio degli anni ’70 la Blue Note era un’etichetta come tutte le altre, sotto il profilo della sua notorietà. Poi improvvisamente, grazie alle mirate ristampe giapponesi e all’opera di valorizzazione del catalogo, la Blue Note cominciò ad ascendere nuovamente in termini di notorietà. L’impennata dei prezzi sul mercato collezionistico delle prime stampe originali ha fatto il resto. Oggi la Blue Note è una sorta di oggetto del desiderio. Dato però che la gloria delle etichette dovrebbe essere conquistata grazie alle registrazioni che hanno prodotto e non all’opera del marketing e/o a fattori casuali o di moda, proviamo a individuare un metodo di valutazione, partendo dai grandi artisti, dalla musica e dal “roster”, cioè il gruppo dei musicisti sotto contratto su cui l’etichetta può contare. Prendiamo allora in considerazione dieci giganti del jazz: Duke Ellington, Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Thelonious Monk, Bud Powell, Miles Davis, John Coltrane, Sonny Rollins, Charles Mingus, Ornette Coleman,. Quali memorabili session hanno prodotto per la Blue Note? Analizziamo con calma.
1. Duke Ellington non è mai stato un artista Blue Note. Il bellissimo trio Money Jungle, con Charles Mingus e Max Roach era originariamente un disco United Artists ed è ora su etichetta Blue Note solo grazie all’acquisizione del catalogo UA.
2. Charlie Parker ha inciso i suoi capolavori per la Savoy e la Dial
3. Dizzy Gillespie ha lasciato tracce minime su Blue Note e in un periodo non certo di massima creatività
4. Thelonious Monk è testimoniato su Blue Note nei suoi lavori iniziali e poi a intermittenza sino al 1958. Merito comunque alla Blue Note di aver notato questo artista, per i tempi, così fuori delle righe.
5. Bud Powell al contrario di Monk è molto ben rappresentato e ha lasciato a questa label le sue pagine più lucide e geniali.
6. Miles Davis ha per la Blue Note incisioni del 1952, 1953, 1954. I dischi epocali come Birth the Cool appaiono su etichetta Capitol, mentre Kind Of Blue, In a Silent Way e Bitches Brew furono tutti incisi per la Columbia. Davis partecipa al bellissimo Somethin’ Else che però è un progetto di Cannonball Adderley
7. John Coltrane registrò il favoloso Blue Train, e lascio a voi la scelta se considerarlo superiore, inferiore o pari a A Love Supreme, Giant Steps o Ascension.
8. Sonny Rollins ha inciso diversi ottimi dischi per la Blue Note, i due a suo nome (vol. 1 e vol. 2), i due Live at the Village Vanguard, Newk’s Time, ma non i leggendari Saxophone Colossus e The Bridge, che rispettivamente furono pubblicati per la Prestige e per la RCA
9. Charles Mingus, quasi a farlo apposta ha girato molte etichette. Ha lasciato Pithecantropus erectus, Ah hum e The clown alla Atlantic, Tijuana Moods alla RCA, East coasting alla Bethlehem, Mingus Dinasty alla Columbia, Mingus Mingus Mingus e The black saint and the sinner lady alla Impulse!, ma niente alla Blue Note.
10. Ornette Coleman ha inciso per la Blue Note i splendidi due live al Golden Circle, più, in studio New York is now e Love call, dischi che amiamo profondamente, ma che non sono certo i lavori per cui verrà ricordato.
Tiriamo le somme. Dei dieci più grandi jazzisti di sempre la Blue Note può contare su Bud Powell, parzialmente su Monk, incidentalmente su Rollins, Coleman e Coltrane. I veri capolavori si riducono solamente alle tracce registrate da Bud Powell. Paradossalmente, secondo il criterio che abbiamo seguito, la Blue Note registrò più capolavori nella sua fase in cui al suo roster mancavano quegli artisti (Herbie Hancock, Lee Morgan, Hank Mobley, Art Blakey, Jimmy Smith, Joe Henderson, Jackie McLean, Wayne Shorter, Dexter Gordon e via dicendo) che l’avrebbero resa famosa .
Sia ben chiaro, non stiamo sostenendo che la Blue Note sia da buttare e che non abbia prodotto ottima musica. Quello che si contesta è il luogo comune di considerarla la “regina del jazz”. La vera forza di questa label è stata quella di aver creato un suono, grazie al quale poté imporre il suo marchio, così come è sarebbe avvenuto negli anni Ottanta con la ECM. Negli anni Cinquanta la Blue Note lottava alla pari con altre etichette come la Prestige e la Savoy, ad esempio, ma con una differenza sostanziale che avrebbe posto le basi del suo successo: diversamente dalle sue concorrenti pagava ai musicisti due giorni di prove prima della registrazione. Questo permetteva agli artisti di conoscersi, studiare le parti e ragionare su quanto avrebbero poi registrato. Una volta in studio si realizzava musica ben ponderata che quasi mai assunse il sapore di blowing session. Un secondo elemento di forza della Blue Note fu quello di identificare i giovani artisti più promettenti del momento e di registrarli con continuità, anche con session intervallate solo da pochi giorni. Negli anni Cinquanta non era abitudine delle case discografiche firmare, in campo jazz, contratti di esclusiva che legassero l’artista per un determinato numero di incisioni in studio e/o per un determinato numero di anni. La Blue Note scelse una via non ancora battuta, quella di realizzare moltissime session con lo stesso nucleo di musicisti. I primi dati positivi del mercato mostrarono che la scelta era stata azzeccata. Dopo un disco di successo si poteva attingere a una session temporalmente vicina a quella che aveva incontrato il favore del pubblico. Questo faceva sì che la nuova pubblicazione non fosse troppo dissimile dalla precedente e non deludesse il pubblico. Chi compra un disco, infatti, lo fa nella speranza che sia come quello che in precedenza gli era piaciuto e non gradisce, di solito, un’evoluzione artistica troppo accentuata. Contemporaneamente si ottenne anche l’effetto di “sedimentare” un tipo di suono, cosa che identificò l’etichetta newyorkese come la realtà che produceva proprio quel sound particolare. Quando il periodo dell’hard bop giunse al termine emersero altre realtà e iniziò la decadenza. Nel nuovo ambiente la Blue Note non fu più in grado di riproporre la sua formula vincente ed entrò in un lunghissimo cono d’ombra.
Tirando le somme possiamo affermare che in certi periodi, per una serie di coincidenze (abbondanza di materia prima artistica, bravura del management, ricettività del pubblico, condizioni storiche propizie e, non da ultima, un pizzico di fortuna), alcune etichette incarnano il suono del proprio tempo. La Blue Note negli anni Cinquanta, la Impulse! negli anni Sessanta, la CTI negli anni Settanta, l’ECM negli anni Ottanta, la Verve negli anni Novanta, nuovamente la Blue Note e la Verve assieme (con i loro progetti ammiccanti al pop) nel primo decennio del nuovo millennio hanno dato vita a un sound facilmente identificabile. Tutte quante hanno basato la loro fortuna su un ristretto numero di musicisti che hanno dettato la linea artistica.
In conclusione secondo noi non ha senso di cercare di identificare la “regina delle etichette”, a meno che non lo si faccia per gioco. Nessuna label è mai stata in grado egemonizzare la scena per un lunghissimo periodo. Noi amanti del jazz siamo in genere persone che vanno al sodo e che badano ai contenuti. Mettiamo un CD nel nostro lettore o un vinile sul piatto del giradischi, chiudiamo gli occhi e giudichiamo, al di là delle… etichette, se quello che stiamo ascoltando è un prodotto artisticamente valido o meno.

9 commenti:

  1. Sinceramente non è discussione che mi appassiona, ma l'impostazione del ragionamento sin dalle ipotesi iniziali mi lascia perplesso.
    La parte forte del catalogo Blue Note a me pare più che altro a cavallo tra anni '50 e '60 e i capolavori proseguono sino almeno alla metà degli anni'60 coinvolgendo nomi che non possono essere trascurati oggi, mi riferisco in particolare e come minimo ai dischi di Hancock, di Joe Henderson, di Horace Silver e Art Blakey, Dexter Gordon, Wayne Shorter che mi pare abbiano poco da invidiare alle incisioni realizzate dai giganti citati al di là di eventuali classifiche di merito o di importanza. Inoltre la Blue Note ha fatto incidere un sacco di musicisti all'apparenza meno importanti, ma che poi così non si sono rivelati successivamente, fornendo un panorama completo della scena jazz di quegli anni.
    Che poi le registrazioni al Vanguard di Rollins del '57 non siano considerabili capolavori assoluti, se non è un'eresia mi pare valutazione un po' superficiale. Il trio sax basso e batteria moderno praticamente l'ha inventato Rollins (chiedere delucidazioni a Joe Henderson e ai vari Bergonzi, Grossmann e Murray tanto per citare) e le interpretazioni di alcuni standards ivi contenuti sono tra le vette assolute della storia della discografia jazz e nei soli di Rollins c'è tanta di quella musica e tanto di quel jazz da coprire quasi tutti gli attuali cataloghi di tutte le etichette Blue Note ed ECM comprese e relativi artisti.

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  2. Non sono convinto sulla bontà del criterio usato. Dieci picchi montuosi, se isolati, non fanno una catena. Conta di più la qualità media prodotta per valutare un'etichetta. In una squadra di calcio Il Messi te lo trovi anche per fortuna, ma 11 campioni sono merito del vertice tecnico...
    Detto questo Blue Note è forte solo nell'hard bop (e piccole scorribande verso il free) ed in questo settore non ha rivali. Ed io che non sono mai impazzito per questo genere, non sono un fan dell'etichetta.
    A suo favore ha avuto, però:
    - delle copertine che hanno fatto storia
    - un nome jazzistico come non mai, che viene anche moltiplicato dall'esistenza della catena di locali con lo stesso nome
    - dall'aver fatto convergere tutti gli album jazz di differenti etichette sotto il suo marchio
    - per ultimo una politica molto aggressiva e abile adottata dopo il nell'ultimo decennio.
    Percorso similare hatto anche Verve, che attualmente ha un catalo pieno di artisti che mai sarebbero stati scritturati nè da Norman Granz nè da Creed Taylor...
    Ultima annotazione, da maneggiare con cautela: la "vera" Blue Note non scritturò mai un musicista bianco per le sue incisioni.

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    1. Mi sembra che almeno agli inzi furono scritturati Gil Melle',Tal Farlow,Urbie Green,Sal Salvador, Jutta Hipp, tutti bianchi. Inoltre nel novero delle "incisioni storiche" nessuno ha citato "out to lunch" di eric dolphy,"point of departure" di andrew hill,"conquistador" di cecil taylor,le incisioni di fats navarro con tadd dameron,quelle di clifford brown con blakey,i dischi di herbie nichols,"the real mc coy" di tyner,"maiden voyage" di hancock tutti dischi di altissimo valore .Tra le piccole etichette credo che nessun'altra abbia offerto una varieta' di stili, dal tradizionale al free ed una qualita' artistica come la Blue Note almeno finche' diretta da Lion e Wolff giovanni zanoni

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    2. in effetti anonimo ha ragione, Blue Note non ha fatto solo hard bop dizione che può valere a mio avviso solo sino all'inizio anni'60 poi direi che vi sono stati sviluppi da "modern mainstream" con l'inserimento delle concezioni modali e anche di quelle del free. Alle citazioni fatte in ordine ad un approccio più free occorre aggiungere anche le incisioni di Jackie Mc Lean, di Bobby Hutcherson, per non parlare di quelle di Ornette Coleman, Don Cherry e Sam Rivers. Direi che invece la Blue Note ha rappresentato bene certe transizioni musicali ben oltre gli schemi dell'hard bop.

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    3. Non sono molto d'accordo. A parte Out of Lunch e qualcosa di Taylor, non si può dire che la Blue Note dei tempi sponsorizzasse il free, Se ne sentivano gli echi nei dischi di transizione di Joe Henderson (Inner Urge) o Sam Rivers, l'approccio predominante era tutto sull'hard bop. Ovviamente in questa ottica, gli artisti che annusavano l'aria non erano ligi alle etichette e svariavano.
      Ornette è arrivato alla BN dopo che aveva già fatto Free Jazz.
      In fondo sul lato free è stata più importante l'Atlantic che, grazie a John Lewis, ha sostenuto ed imposto Coleman...
      Certamente, restando nell'orticello dell'had bop, ha prodotto dischi indimenticabili di Horace Silver, Art Blakey, Lee Morgan, Wayne Shorter, Hancock, ecc. e qusto basterebbe per dare un senso all'etichetta. Esagerarne l'importanza, forzando un po' le cose non mi sembra giusto.
      BN non ha per nulla pubblicato quel mainstrean elegante, magari un po' manierato della Verve, che però voleva anche dire Bill Evans, Stan Getz, Gil Evans o Ella Fitzgerald. Le grandi orchestre (tradizionali o più spregiudicate) non sono mai transitate da quelle parti.
      Duke Ellington, che ha avuto una carriera lunghissima, ha inciso per tutte le etichette piccole e grosse (ed ha avuto anche periodi in cui faticava a piazzare le sue incisioni)non è mai entrato negli studi di Englewood.

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    4. in effetti nessuno ha scritto che la Blue Note sponsorizzasse il free, il che sarebbe un evidente falso. Si è detto una cosa diversa, ossia che, partendo dall'hard bop anni '50 ha documentato l'opera di musicisti che hanno attinto alle nuove concezioni derivate dal modale e dal free arrivando a risultati musicali più innovativi anche se non radicali e radicalmente free, in una idea più avanzata dell'hard bop di partenza. In questo senso sono da intendere sia i dischi di Shorter (che poi hanno deviato da Super nova a Odissey of Iska anche verso una evoluzione successiva e ancora diversa da quella iniziale) che quelli di Joe Henderson (Inner Urge, come anche "In'n' Out", a me pare un opera più di impostazione prossima semmai al modale che al free, una sorta di versione alternativa del quartetto coltraniano con venature latin e caraibiche nel approccio ritmico che nel quartetto coltraniano erano quasi assenti) ma analoghi ragionamenti si possono fare per quelli di Bobby Hutcherson o Jackie Mc Lean e parzialmente per Hancock (mi viene in mente "The Egg" contenuto in Empyrean Isle, ad esempio di concezione abbastanza free) o anche quelli di Tony Williams con Sam Rivers e lo stesso Shorter e Sam Rivers e Andrew Hill.
      Che l'Atalantic poi sia stata complessivamente una etichetta più Free io francamente lo trovo un po' azzardato. Coleman mi pare più l'eccezione che la regola nel catalogo Atlantic anni '50-'60 noto invece per aver documentato muscisti più prossimi alle profonde radici musicali afro-americane del Gospel del Soul del Blues e del R&B (si pensi anche solo a nomi come Roland Kirk, Ray Charles e agli strumentisti della sua band come Hank Crawford e David "Fathead" Newmann e più avanti alla stessa Aretha), Mi vengono in mente solo i dischi dell'A.E.O.C. ma siamo già negli anni'70, ma magari ho la memoria corta e mi posso sbagliare in merito.
      Insomma voglio solo dire che classificare la produzione anni'60 della BN come Hard bop nudo e puro mi pare non del tutto proprio se non approssimativo. Quella musica anni'60 è molto fdiversa dall'hard bop anni'50, almeno alle mie orecchie.

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    5. Quella di Giorgi mi pare una concezione storiografica un po' antiquata. Era quella frequentata e in parte ideata da intellettuali come Carlyle, che vedevano la Storia come una serie di enormi esplosioni all'orizzonte. La microstoria, per quanto contestabile, ha da tempo contestato una cognizione della Storia fatta solo di picchi: Alessandro, Giulio Cesare, Napoleone, ecc. Fermo restando che la Blue Note ha dato testimonianza di artisti che, successivamente sottovalutati da una critica non sempre all'altezza, hanno certamente "fatto" la storia del jazz: da Freddie Hubbard a Joe Henderson, da Jackie McLean a Kenny Dorham, da Duke Pearson a Walter Davis, Jr. Artisti che, certo, non hanno solo inciso per la Blue Note, ma hanno contribuito a creare quella identificazione fra il jazz degli anni Cinquanta/Sessanta e l'hard bop, un linguaggio che potrà non piacere ma che è stato fondamentale nel riappropriarsi della tradizione africano-americana del jazz e nel jazz. E non era, per l'appunto, un hard bop da blowing session, ma da articolazione linguistica meditata e densa (basti pensare non solo al "suono" di artisti come Lee Morgan e Wayne Shorter, ma al loro linguaggio, anche compositivo. E nulla, peraltro, fu per certi versi più vicino al free di un hard bop che seppe fare da ponte fra tradizione e rinnovamento: Grant Greene, Art Blakey, Tina Brooks, Donald Byrd, Dexter Gordon, Horace Silver, Leo Parker, Sonny Clark, Hank Mobley, Herbie Hancock, Andrew Hill, Blue Mitchell, Bobby Hutcherson, Grachan Moncur, Tony Williams , Larry Young, Sam Rivers, Blue Mitchell, Don Cherry, Booker Ervin, McCoy Tyner, tanto per citare...
      Non si tratta di fare una classifica, né mi verrebbe, francamente, di porre sullo stesso piano, pur in decadi diverse, Blue Note e CTI (citare quest'ultima è proprio un vezzo generazionale...). Diciamo che, molto pianamente, si tratta solo di dare a Cesare quel che è di Cesare... Gmgualberto

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  3. Benissimo, avete entrambi colto perfettamente le mie perplessità
    Innanzitutto la classifica dei dieci, sembra fatta apposta per escludere gli artisti Blue Note. Io ritengo che Wayne Shorter, Dexter Gordon, Joe Henderson ed anche Freddie Hubbard (di cui ci si è dimenticati) potrebbero anche farne parte.
    Comunque anche se gli artisti citati nell'articolo non facevano parte del roster della Blue Note, occorre dire che in quel periodo mediamente il suo roster era decisamente più elevato delle altre etichette.
    Poi è notevole la grande cura che la Blue Note ha sempre avuto sia per la qualità delle registrazioni che sopratutto delle copertine, che ha contribuito alla leggenda di questa etichetta.
    E' vero che il caratteristico sound della Blue Note fu strettamente associato all'hard bop (che io tra l'altro adoro), ma non fu solo quello. Gli album di Joe Henderson (che personalmente ritengo uno dei più grandi della storia) e Wayne Shorter non furono propriamente hard-bop.
    Infine vorrei dire che anche il roster attuale della Blue Note non è da buttare. Benchè un pò annaquato, comprende artisti come Joe Lovano, Ambrose Akinmusire, Robert Glasper, Stefon Harris, Lionel Loueke, Jason Moran, Dianne Reeves, Cassandra Wilson, tra gli altri, che nobilitano ancora questa etichetta, che non sarà la principale, ma sicuramente una delle più importanti nella storia del jazz.

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  4. Io credo che un criterio più interessante nel valutare un'etichetta, sia nel vedere quanto sia stata determinante in un certo periodo nello stimolare un fenomeno. In fondo non è immaginabile un'etichetta che copra tutto l'arco temporale della storia del jazz (in quest'ottica c'è forse solo la Columbia).

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