martedì 20 marzo 2012

Big della musica afro-americana in concerto a Milano e Monza

Sul sito de Il Sole 24ore è stato pubblicato un articolo di Franco Fayenz sui due concerti che si sono tenuti a Milano e zone limitrofe nel fine settimana: Dee Alexander e  Tigràn Hamasyan.
"In appena due giorni, i cultori più attenti della musica afro-americana hanno potuto ascoltare, a Milano e a Monza, un quintetto e un pianista fra i più interessanti del momento attuale: alcuni erano arrivati apposta anche da lontano. Si tratta del quintetto «Evolution Ensemble» della cantante Dee Alexander (con Scott Hesse chitarra, Tomeka Reid violoncello, Junius Paul contrabbasso, Ernie Adams batteria e percussioni) che ha tenuto al Teatro Manzoni di Milano la penultima performance della stagione di Aperitivo in Concerto; e del pianista Armeno Tigràn Hamasyan, in arte soltanto Tigràn, in concerto solitario al Teatro Villoresi di Monza per l'organizzazione di Musicamorfosi. 
L'Evolution Ensemble ha provocato, fra chi se ne intende, discussioni accese. Ha presentato in esclusiva italiana il suo "Tributo a Jimi Hendrix", già proposto nello scorso luglio a Perugia per Umbria Jazz, confermando di avere due fisionomie completamente opposte, come se riguardassero due quintetti diversi: una cameristica, seducente e raffinata, l'altra pour épater. Ho scritto di recente che l'Evolution «da camera», gruppo in residenza a Orvieto dell'Umbria Jazz invernale 2010, è stato in quell'occasione la rivelazione del festival e nello stesso tempo il complesso migliore, con la magica cantante prima fra i pari che sulla scena si ritira assorta in un angolo mentre suonano i comprimari, affiatatissimi e tutti alla sua altezza. A Perugia, in seguito, il "Tributo" ha avuto luogo all'aperto, nell'Arena Santa Giuliana capace di migliaia di spettatori, e il contrasto con ciò che si era apprezzato sei mesi prima non è stato percepito appieno. 
Tutt'altra cosa è stato l'ascolto di avant'ieri in un teatro di mille posti, come sempre esaurito per Aperitivo. Già prima qualcuno aveva osservato perplesso la sostituzione nel quintetto del violinista titolare James Sanders con Scott Hesse, unico bianco del gruppo e munito di chitarra acustica, chiamato a evocare l'ombra di Hendrix, il chitarrista elettrico più «adrenalinico e selvaggio» del rock nero. Molto bravo, Hesse, ma molto lontano dal modello. Peraltro, ha stupito di più Dee Alexander che si è ricordata fin troppo delle sue radici blues, soul, gospel e rhythm'n'blues. Ha urlato per l'intero concerto a piena gola e si è mossa di continuo come un'anguilla. Dov'era nascosta la vocalist elegante di Orvieto? La si è riconosciuta in un solo brano stupendo, eseguito in duo con la dolce Tomeka al violoncello, che ha riscosso gli applausi consapevoli e commossi di chi se ne intende. È finita con un facile successone coronato da un lungo bis che ha visto i tifosi più accesi aggrappati ai piedi del palcoscenico. Gli altri potranno consolarsi nel prossimo luglio a Perugia con quattro concerti consecutivi dell'Evolution «da camera» al Teatro Pavone e con la contemporanea pubblicazione di un cd per Egea.
E veniamo al venticinquenne Tigran, in Italia per un breve tour a Monza, Mestre e Bolzano. C'è chi lo segue ovunque dal 2010, cioè da quando ha avuto la fortuna di ascoltarlo per la prima volta, e subito si è persuaso che sia lui – insieme tutt'al più con l'amerindiano Vijay Iyer – il pianista di jazz (e dintorni) di oggi e del futuro. Tigran ha un pedigree classico e jazzy impeccabile, vive ora fra l'America e la Francia, ma la sua particolarità e la sua fortuna è il fatto di essere armeno e di avere assorbito quel folclore e le influenze di Aram Khachaturian e di Komitas Vardapet che lo rendono diverso da chiunque altro, qundi originale sia come pianista sia come compositore. Si perdoni chi lo definisce «il nuovo Keith Jarrett» per motivi promozionali, ma gli altri siano posti alla gogna. Jarrett non c'entra nulla, e poi credo sia giunto il tempo di smetterla di paragonare un musicista a un altro in mancanza di argomenti migliori.
Suono e tocco speciali, tecnica perfetta. Raro il ricorso a temi standard (a Monza soltanto Cherokee come bis richiesto a gran voce). Programma dei concerti italiani basati sul suo cd A Fable per pianoforte solo della Verve, l'unico finora noto in Italia. Uso positivo e moderato della voce, del fischio, di duplicatori e di ripetitori del suono. Tigran è di gran lunga preferibile in solo. In gruppo il suo eccezionale spessore artistico si coglie di meno (così nello scorso agosto a Roccella Jonica con il quintetto del bassista Lars Danielsson e nel relativo cd della Act appena arrivato nei negozi, comunque pregevole). Non si perda Tigran quando tornerà (sembra molto presto) dalle nostre parti. Offre musica di bellezza sublime senza distinzione di generi."

In maniera curiosa, l'autorevole blog Mondo Jazz ha recensito gli stessi concerti, però in maniera un pò diversa da Fayenz.
"Un week-end di grandi promesse quello milanese, e se il "fuoco" faceva parte della pubblicistica che introduceva il concerto di Tigran Hamasayan a Monza (Tigran con fuoco), le fiamme si sono viste e sentite invece al Manzoni questa mattina.
Ma andiamo per ordine: ieri sera nel piccolo e stracolmo (di giovani !!) Teatro Villoresi di Monza concerto in solo di Tigran Hamasayan, terzo appuntamento della rassegna Lampi. Non appena il pianista armeno ha poggiato le mani sulla tastiera mi è istantaneamente scaturito un pensiero ammirato: il tocco era straordinario, nitido e bellissimo,e nonostante la giovane età (24) Tigran sa certamente come narrare una storia.
Apparentato dalle note di presentazione, a mio parere con ben poche ragioni, a Keith Jarrett, il pianista armeno ha invece mostrato una profonda conoscenza dei classici russi del '900 ed una altrettanto evidente influenza della musica popolare della sua terra. Il terzo brano ha introdotto l'uso dell'elettronica e della voce. Con un delay che rimandava ad libitum sia voce che tastiera Tigran ha ammaliato e catturato l'attenzione.
Poi, si è rotto qualcosa. Nella restante mezz'ora di concerto è come se il pianista si fosse incartato e intestardito nella manipolazione del piccolo strumento elettronico, ripetendosi e cancellando quella magia che aveva creato inizialmente. Non è bastato un breve bis acustico per riprendere il controllo della situazione e la serata è finita troppo presto lasciando lo spettatore disorientato dall'ottimo antipasto a cui sono seguiti piatti scontati e poco saporiti.
Tutt'altra cucina quella della strepitosa cantante di Chicago Dee Alexander, che in mattinata ha presentato al Manzoni di Milano il suo riuscitissimo progetto su Hendrix. Credo di poter dire con assoluta tranquillità che dopo la rilettura di Gil Evans questa di Dee si posizioni come la migliore reinterpretazione delle musiche di Jimi Hendrix.
Il trattamento riservato a brani conosciutissimi (da Manic Depression a Hey Joe, una versione di Angel per sola voce e violoncello, una swingante All Along The Watchtower, una elettrizzante Fire, e via via molte altre) è singolare: come la formula strumentale fa intendere, la musica è ridotta all'osso, scarnificata e depurata da quelli che per Hendrix erano strumenti indispensabili, e cioè distorsori, pedali wah-wah, feedback e volumi altissimi. In una parola, reinventata, partendo da cellule melodiche o riff ostinati il gruppo ripropone l'essenza e la profonda modernità delle composizioni andando diritto all'obiettivo con pulizia e sobrietà .
Gli effetti speciali sono tutti demandati alla voce straordinaria e hors categorie di Dee, sempre sorridente, ironica e giocosa con il pubblico. Come da copione una rilettura che per molti aspetti tradisce l'originale spesso si rivela la più intensa e riuscita. Gli arrangiamenti ricchi di idee e la bravura degli strumentisti hanno ovviamente concorso al successo del concerto. Dell'importanza e della bravura di Tomeka Reid al violoncello già si sapeva, (e quello strumento usato sia ritmicamente che in versione cameristica quanto giova alle musiche di Hendrix!), la vera sorpresa è stato il chitarrista Scott Hesse, dal fraseggio indubitabilmente jazzy e lontanissimo dall'omaggiato, e la souplesse sorniona e rilassata di Junius Paul al contrabbasso unite ai colori e alla elasticità di Ernie Adams alla batteria. 
Il bis richiesto a voce altissima da un pubblico in visibilio è una hit-parade dei motivi più famosi di James Brown, anch'essi filtrati e prosciugati da ogni debordanza strumentale. Si finisce con ragazzine e signori in età da pensione che ballano giocosi sotto il palco mentre Dee intona Sex Machine, e gli spiriti di Jimi e di James se la ridono di gusto aleggiando in teatro.
Uno dei migliori concerti in assoluto degli ultimi tempi."

Per chiudere una piccola nota personale; è interessante osservare come due commentatori che ritengo autorevoli, giudichino in maniera piuttosto differente gli stessi concerti; è il bello del pluralismo, un valore purtroppo non presente nell'ambiente jazzistico del nostro paese, dove chiunque abbia un parere differente dal proprio, diventa automaticamente un "venduto", un "invidioso", un "cretino" o al meglio un "incompetente" (termini che purtroppo appaiono spesso nelle discussioni nei blog del settore).
E' inutile dire che si dovrebbero abbassare i toni e cercare di rispettare i gusti personali di ognuno, ma questo sembra impossibile nel "nostro" ambiente, dove ormai l'insulto tra le "fazioni" la sembra fare da padrone. Dovremmo stringerci di più intorno alla nostra musica, per fare in modo che venga maggiormente considerata dai media nazionali e non lasciata al ruolo residuale che le viene purtroppo assegnato.

13 commenti:

  1. diciamo che non si può essere unanimi su tutto ed è bello che ogni tanto anche i critici si dividano. questo è anche dovuto al fatto che con artisti di confine, che percorrono strade non usuali, le aspettative differenti possono generare entusiasmi e delusioni.
    personalmente su Dee Alexander ho delle perplessità (non ho visto il concerto di Milano) che non riguardano le sue qualità nè quelle del gruppo ma piuttosto l'approccio a Hendrix, con un contrasto troppo accentuato tra le sonorità sofisticate e la voce troppo soul: mi sembra come se, accortitisi di avere costruito un progetto troppo cerebrale abbiamo poi voluto semplificarlo con delle forzature vocali eccessive.

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    1. rinfacciare ad un'africano americano riferimenti al soul, blues e R&B quando interpreta Hendrix è un po' come chiedere ad un alpino di evitare di cantare "Quel mazzolin di fiori". Ma non è che per caso ai sedicenti adierni ed aggiornati jazzofili del ns paese ormai l'afroamericanità faccia per lo più ribrezzo?

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    2. La cosa che lascia più perplessi è l'equazione "vocalist elegante" = "bella musica" e la sua controparte "nero urlante & sudato" = "musica per chi non se ne intende"...

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    3. Questo piccolo ed apparentemente innocuo brano dell'articolo "un solo brano stupendo, eseguito in duo con la dolce Tomeka al violoncello, che ha riscosso gli applausi consapevoli e commossi di chi se ne intende", sintetizza in maniera netta i mali di molta critica nostrana.
      Sottintende in maniera neanche tanto velata, che solo chi ha apprezzato questo pezzo "se ne intende" mentre gli altri non capiscono niente.
      Considerare chi non la pensi come te un incompetente è proprio l'aspetto odioso che volevo denunciare nel post e che purtroppo è molto frequente nel nostro ambiente.
      Denota una mancanza di rispetto verso le idee dell'altro che sfocia spesso nell'insulto anche personale.

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    4. Caro Elfio, il problema è la concezione elitaria che hanno della musica molti nostri critici e in generale gli europei e che qui è ben evidenziata nel pezzo di Fayenz, concezione che ha creato nei decenni gravi danni alla divulgazione del Jazz e che contrasta abbastanza con le radici di una musica che in realtà ha comunque origini popolari e va vista in modo integrato nell'ambito, come minimo, delle musiche africane-americane e al più americane.
      Molta critica (che, constato, per lo più apprezza le avanguardie free europee che col jazz hanno legami sempre più laschi) in realtà mal sopporta tutto ciò che ha a che fare con blues, gospel, soul, R&B e quanto di meglio la cultura africana americana ha saputo musicalmente tirar fuori. Come mal sopporta l'approccio fisico che gli afroamericani hanno da sempre con la loro musica (per anni mi sono dovuto sorbire le critiche sui versi di Jarrett e le sue moine al piano quando ci si dimentica che da Lionel Hampton, a Bud Powell, da Jaky Byard a Paul Bley, da Erroll Garner a Cecil Taylor il jazz è zeppo di cose di questo genere nell'approccio direi molto fisico e certo non asettico e formale) . Sotto sotto dopo più di un secolo dalla nascita si pensa ancora che il jazz per ottenere un riconoscimento artistico debba avere requisiti più simili sia nell'approccio allo strumento che nella costruzione musicale simili a quelli accademici. Da qui la svalutazione e il ridimensionamento di tutta una serie di musiche e di musicisti che in realtà hanno scritto la storia della Musica nel Novecento e non a caso per decenni si è interpretatata in positivo o in negativo la straordinaria opera di un gigante della musica come Ellington, con particolare riferimento alle sue suites) con i criteri formali validi per la musica accademica, prendendo delle topiche terribili. Uno per esempio che secondo me ha aiutato a creare parecchia confusione in merito anche perché ha fatto proseliti a livello musicologico da noi è Gunther Schuller, che ha sempre cercato di dare una dignità al Jazz cercando di farlo rientrare inconsapevolmente in ambito di rispetto accademico proponendo una idea (La Third Stream Music, per capirci) che in realtà per lo più ha prodotto risultati musicali artisticamente assi dubbi e in alcuni casi persino pateticamente goffi, rivelando un complesso di inferiorità implicito che secondo me non ha motivo di esistere.
      E' una sorta di eurocentrismo latente e di ritorno, con venature di razzismo inconsapevole, che ancora si rileva oggi, nel 2012, anzi per certi versi è anche peggiorato con le nuove generazioni di critici, in cui forse inconsciamente si cerca di recuperare una centralità culturale dell'Europa che in realtà da tempo non c'è più.

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  2. Grazie per l'"autorevole", ma continuo a sentirmi un appassionato e non un critico. Ho letto con interesse il punto di vista di Fayenz,e ci vedo sopratutto le molte affinità con i miei pareri: stessa ammirazione per il tocco e la tecnica di Tigran, per l'uso della voce, nel giudizio sull'album di Danielsson che lo vede comprimario, sulle capacità tecniche di Hesse e sulle qualità idiscutibili della voce di Dee.
    In fondo sono meno numerose le differenze: io non c'era a Perugia lo scorso anno e quindi non ho termini di paragone per Dee. Su Tigran complessivamente il mio giudizio è comunque positivo, e concordo sul fatto che è da risentire, meglio se in solo.
    Credo poi che l'impiego di un chitarrista jazz abbia giovato al gruppo proprio per l'approccio totalmente diverso (e comunque un chitarrista rock sarebbe subito stato oggetto di paragoni imbarazzanti). Dee mi appare come una cantante sopratutto soul e R&B, pertanto completamente a suo agio nel repertorio che ha presentato. Non condivido il parere di Loop, il progetto era tutt'altro che cerebrale, anzi, il massimo della semplificazione, ma fatto con idee e buon gusto. Condivido invece il pluralismo delle voci, mi piacerebbe leggere sui magazine nazionali due differenti pareri ad ogni concerto importante. Non c'è bisogno di polemica, c'è bisogno di visioni differenti.

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  3. Perchè un appassionato non può essere "autorevole"? Trovo molti post di blogger più autorevoli di tanti articoli scritti dalla "cosiddetta" critica.
    Riguardo i due articoli le differenze mi sembra che ci siano, ma questo non vuol dir niente. Il pluralismo vuol dire proprio questo, poter anche leggere critiche contrarie alle proprie senza pensare che chi le scriva sia un "venduto" o un "incompetente".
    Resta bello poi discuterne, anche animatamente, cercando di convincere l'altro della bontà delle proprie tesi, ma sempre rispettando le idee degli altri.

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  4. Sarebbe bello avere una pluralità di voci su un singolo disco; il problema è che non avete idea di che cosa succeda quando una rivista si azzarda a pubblicare non dico una stroncatura, ma anche solo una recensione moderatamente critica.
    E allora uno che fa? Si mette a lottare contro il mondo intero: contro i direttori di etichetta che non ti mandano più i dischi né ti pagano le inserzioni pubblicitarie, contro i manager che ti lanciano frecciatine ogni volta che ti incontrano ai concerti, contro i musicisti che ti tengono il muso o ti telefonano infuriati per protestare?
    Il mestiere del critico dovrebbe essere quello di dare un proprio giudizio in maniera onesta, motivata ed equilibrata, non quello di fare da parafulmine tra gente che non sa accettare una critica.

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    1. Altro che se ne ho un'idea...
      Mi aggancio alla tua ultima frase "idealista". Il problema oggi, in generale, non importa più se un mestiere è fatto in maniera corretta ed onesta. Quel che conta è se il tuo mestiere "serve" a qualcosa o a qualcuno.
      Per farti un esempio, lavorando nella scuola, oggi essa non è più un servizio verso gli studenti, ma viceversa fa un servizio a se stessa utilizzando gli allievi che sono diventati il mezzo non il fine. Cose analoghe succedono in tanti altri settori, in particolare relativamente a beni immateriali come la formazione, la cultura, la salute, la sicurezza sul lavoro e analogamente ciò può accadere nel vostro settore. La critica serve al marketing non al lettore. Quindi, e mi scuso per la crudezza, ma che se ne fanno di una dotta, sincera e competente stroncatura? Molto meglio i peana di qualche incompetente fatto pasare per critico, magari anche scritto bene, non dico di no...

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  5. Purtroppo certa gente non capisce che questo sistema se pure può portare dei vantaggi nell'immediato, alla lunga contribuisce alla perdita di credibilità di tutto il sistema.
    Purtroppo ritengo che anche a causa di questo comportamento da parte di inserzionisti, manager e musicisti, gran parte degli appassionati non abbia alcuna fiducia nella critica con gran danno di tutto l'ambiente perchè una critica onesta, motivata ed equilibrata svolge un ruolo molto importante nella crescita di un movimento.

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    1. Be', la pluralità di opinioni andrebbe concessa anche ai cosiddetti "organizzatori"... Dirò di più, una stroncatura di un competente (e non parlo assolutamente del caso specifico: non prendo posizione in materia) può essere meno fastidiosa di un peana scritto da un incompetente. Ciò detto, è vero che il "sistema", in Italia, non funziona, ma non solo per evidenti conflitti di interessi e personalismi; anche in Italia (perché il problema non riguarda solo il nostro Paese) si paga lo scotto dell'assenza, o quasi, di una musicologia di valore in ambito "jazzistico" e della presenza di un giornalismo musicale non sempre autorevole e non sempre immune, anch'esso, da conflitti di interesse e loro derivati. Quanto alle recensioni "contrastanti"... probabilmente, in medias res stat virtus o, meglio, in medio stat virtus. GMGualberto

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  6. IL problema di poter criticare nelle recensioni è ormai antico. In tanti anni non ricordo di averne mai lette sulle riviste riguardo ai ns musicisti. Tutti geni evidentemente. Molto più liberi ci si sente a parlare degli americani...Diciamola tutta: la funzione critica in questo senso in pratica è morta da tempo e sostituita da attività di sposorizzazione più o meno (mal)celata e di marketing. Quindi mi spiace per chi ne fa una professione ma leggere recensioni pubblicate non ha più alcuna credibilità e questa situazione non è certo demerito di lettori ed ex lettori come il sotoscritto...

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  7. Comunque, per evidenziare uno stato di cose malsano... Un annetto fa, per una rivista specializzata, mi trovai a recensire negativamente un'incisione (non mi ricordo francamente di chi e per quale casa discografica): l'editore si affrettò a cassarla, non so se per eccessiva prudenza o, per l'appunto, per evitare seccature, leggi del taglione o quant'altro... Ricordo peraltro che una nota casa discografica europea, di fronte a recensioni non tripudianti minacciava (e spesso dava corso alle sue minacce), attraverso i propri rappresentanti in Italia, cancellazioni di pagine pubblicitarie e altre misure di ritorsione. Insomma, il catalogo è questo... GMGualberto

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